La Gomorra in musica e immagini è ispirata ad uno sconcertante realismo, con un pizzico di melodramma. I simboli sono sempre gli stessi: potenti motociclette, caschi integrali, giubbotti di pelle. E poi: femmine d’onore che servono il caffè ai malacarne riuniti nel salotto di casa per un summit, “criature” che piangono aspettando ‘a papa. E pistole che ammazzano gli infami. Prendete “‘o killer” (http://www.youtube.com/watch?v=VwAueg8wEis), interpretata dal siculo-napoletano Gianni Vezzosi. E’ un video sconvolgente, sotto molteplici aspetti. Introdotto dal rituale dell’affiliazione, con tanto di patto del sangue e santino bruciato, racconta la disperazione di un sicario dei clan (“me so’ stancato ‘e fa ciento peccati”), ma le immagini veicolano solo messaggi di violenza e di morte: in poco più di quattro minuti, tre bestiali esecuzioni e l’assalto armato a un tabaccaio. Eppure il testo racconta di un pentimento: la vicenda si conclude con il sicario che si rifiuta di commettere l’ultimo omicidio e, restituendo simbolicamente al boss la pistola che tanti lutti ha seminato, si consegna di fatto alla ritorsione del clan. Certo, dal fenomeno de “’Nu latitante” (1993: http://www.youtube.com/watch?v=tlEyICOkDvs) ad oggi la sensibilità è profondamente cambiata. Il must del neomelodico napoletano Tommy Riccio era entrato così profondamente nella quotidianità della Napoli border line, si scoprì, da essere diventato l’inno dei guaglioni di malavita che, a bordo di minimoto truccate, sbucavano dai vicoli improvvisando rodei nel traffico cittadino. Lui, l’interprete, così si difendeva: “La canzone è ispirata al caso Tortora e parla di un’ingiustizia: racconta di un padre che, accusato senza motivo, è costretto a nascondersi e non può portare un regalo ai figli”. Ma, naturalmente, nei fondaci oscuri della Malanapoli o nelle sterminate banlieue battute da squadroni di spacciatori in guerra tra loro, ciascuno dava la propria personale interpretazione a quel testo. Fenomeno pop o apologia della camorra? E, in ogni caso, l’Italia può comportarsi come il Messico, che il problema dei “narcocorridos” l’ha risolto alla radice, facendo cioè scomparire dal web ogni traccia delle canzoni che inneggiano apertamente, con nomi e cognomi veri, ai trafficanti internazionali di stupefacenti? “Non è una questione da poco: in ballo ci sono diritti sanciti dalla Costituzione, come quello alla libertà di espressione del pensiero e alla non censurabilità della libera espressione artistica. Anche se è indubbio l’elevato livello di suggestionabilità dei messaggi veicolati, che spesso costituiscono un obiettivo fattore di lievitazione motivazionale per l’umanità del vicolo o dei quartieri Stato della camorra”, riflette Marcello Ravveduto, ricercatore universitario salernitano che al rapporto neomelodici – criminalità organizzata cinque anni fa dedicò un libro, “Napoli… Serenata calibro nove”, prefato dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato. In quell’occasione fece molto rumore una dichiarazione del responsabile del Viminale: “I neomelodici sono espressione della pervasività della cultura camorrista”. L’iniziativa della procura antimafia di Napoli di incriminare per istigazione a delinquere autori e interprete de “’O capoclan” (http://www.youtube.com/watch?v=UmzM6Tc8EhQ) pone per la prima volta ufficialmente un problema che, sottotraccia, esisteva da anni. Youtube ha solo reso “global” un fenomeno rimasto confinato nella ridotta cittadina, a volte addirittura di quartiere, delle radio e televisioni locali. Oggi basta accedere al famoso motore di ricerca per inoltrarsi in una giungla di immagini, suoni, parole che replicano i codici di comunicazione della camorra. Un esempio eclatante è il video “’A società” (http://www.youtube.com/watch?v=zaCuJaI-EjA), interpretato da Gino Ferrante: se “‘O Capoclan” di Nello Liberti si sofferma sulla figura del padrino, “un uomo serio che non è davvero cattivo”, il video di Ferrante è un vero e proprio cortometraggio sulla vita criminale. Un giovane si sta facendo rasare dal barbiere. Un flash back mostra una madre che dice al figlio: “devi andare a scuola”. Il ragazzino, uscendo di casa, risponde: “a scuola non vado, la scuola non mi ha dato niente”. Quel bambino ora è il giovane seduto dal barbiere. Un centauro lo preleva per raggiungere i “compagni”. Parte la canzone: “Stanno dentro la società/gli uomini dell’omertà”. “E’ questa la vita dei ragazzi di strada/Giorno dopo giorno la morte fa loro compagnia/Con una preghiera cercano aiuto a Dio/ Solo una cosa li può salvare da questa verità/si chiama Società”. Ce n’è, ovviamente, anche per gli “infami”: “Nessuno deve tradire/ perché alle volte un pentito/ perde la vita a causa della legge della strada”. Non manca, anche in questo caso, un’esecuzione di camorra, con il giovane di prima che, pistola in pugno, entra in una pizzeria, e nell’immagine successiva c’è un uomo ammazzato con la testa riversa nel piatto. Un frame ispirato alla realtà: nell’inverno del 2005, quando Napoli era diventata un gran mattatoio, fece il giro del mondo la foto di un uomo ammazzato in una pizzeria del centro, la faccia affondata nella pizza. Da una Gomorra all’altra, la prospettiva sembra cambiare. Sembra, appunto. A Casal di Principe il parroco della Chiesa del Ss Salvatore, don Carlo Aversano, ha organizzato una “giornata della legalità” con al centro il video di “Grido casalese”(http://www.youtube.com/watch?v=wi5k9wSCRcc), un inno neomelodico all’onestà degli abitanti della Corleone di Campania: “Noi siamo i casalesi e che vuoi fare, ma tutta la gente ci vuol giudicare”, canta Salvatore Capozzi, e le immagini propongono una carrellata di volti. Persone comuni che gridano la loro onestà. Ma non una parola di condanna per i poteri criminali o di pietà per i tanti, troppi, morti ammazzati. Logico che le associazioni anticamorra non l’abbiano presa bene.